Il silenzio dei larici
Nel cuore delle Dolomiti, il bosco di Ronco cade sotto le motoseghe. Un sacrificio silenzioso per un’opera che rischia di diventare memoria di un errore già vissuto.
Quando non si sentirà più un solo canto di uccello, forse sarà troppo tardi per accorgersi che non ci sono più alberi intorno a noi — Fabrizio Caramagna
C’è un tempo lento, fatto di silenzi e radici profonde.
Lo conoscono bene i larici, che da secoli abitano le pendici delle Tofane. Custodi pazienti del bosco di Ronco, hanno visto passare le stagioni e gli uomini, il vento e la neve, senza mai chiedere nulla.
Oggi, in quel bosco, resta un vuoto. Gli alberi non ci sono più.
Per costruire una pista da bob, 825 larici sono stati abbattuti: centenari, sani, resistenti.
Lo chiamano “Sliding Centre”, una struttura di cemento e ammoniaca che costerà oltre 120 milioni di euro, per ospitare gare di pochi giorni.
Poi, forse, verrà dimenticata; come accaduto altrove.
Già nel 2006, per le Olimpiadi invernali di Torino, fu costruita una pista per il bob a Cesana Torinese. Un’opera allora considerata all’avanguardia, oggi abbandonata da almeno sedici anni.
Una ferita nel paesaggio e nella memoria collettiva, diventata simbolo di quanto sia fragile l’illusione di una eredità duratura.
Sembra che non abbiamo imparato nulla, che gli stessi errori tornino a ripetersi, con ostinazione e leggerezza.
C’è qualcosa di profondamente stonato in questa scelta. Una corsa contro il tempo, contro la logica, contro la Terra stessa.
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Non è solo questione di numeri o bilanci. È la perdita di un bene silenzioso, invisibile finché non manca.
Gli esperti parlano di deforestazione vera e propria.
Le associazioni ambientaliste gridano al “laricidio”.
I cittadini scendono in piazza, suonano il violoncello in mezzo al cantiere, scrivono lettere al Comitato Olimpico.
Eppure, la pista va avanti.
L’immagine aerea mostra una ferita chiara nel bosco: un taglio netto, bianco, innaturale.
Difficile immaginare che possa rimarginarsi.
Difficile pensare che si possa parlare ancora di Olimpiadi “sostenibili”.
Sappiamo che gli alberi trattengono le valanghe, proteggono la biodiversità, conservano umidità e silenzio.
Ma sappiamo anche che non votano, non parlano, non protestano. E allora, spesso, non contano.
Forse, il vero problema non è la pista. Ma il modo in cui scegliamo di non vedere. Di accettare che il prezzo di un evento sportivo possa essere la cancellazione di una bellezza lenta e antica.
Di convincerci che il progresso debba avere sempre la meglio, anche quando è un progresso cieco.
Io non ho risposte. Solo tristezza.
E una domanda che torna, ostinata: davvero ne valeva la pena?






