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La città e l’irruzione dei soggetti imprevisti

21 min readOct 9, 2026

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Per un’urbanistica femminista ed ecofemminista

di Mila Spicola

La città non è mai stata neutra

La città moderna si è dichiarata universale, ma è stata storicamente pensata, progettata e organizzata assumendo come misura implicita un soggetto tutt’altro che neutro: maschio, adulto, economicamente autonomo, produttivo, prevalentemente motorizzato, libero da responsabilità quotidiane di cura. Un soggetto che esce di casa per lavorare attraversa lo spazio urbano secondo percorsi relativamente lineari e vi ritorna trovando già organizzate, spesso grazie al lavoro invisibile di qualcun altro, le condizioni materiali della propria esistenza.

Intorno a questo modello sono stati disegnati quartieri, infrastrutture, reti di trasporto, gerarchie funzionali, tempi di accesso ai servizi. La separazione fra luoghi della produzione e luoghi della riproduzione sociale, fra spazio pubblico e spazio domestico, fra lavoro riconosciuto e lavoro invisibile, è diventata una delle strutture materiali della città contemporanea. Donne, bambini, anziani, persone con disabilità, migranti e, in particolare, donne migranti, persone povere o prive di autonomia economica sono stati considerati portatori di esigenze particolari rispetto a un modello assunto come generale. Eppure, quel modello descrive soltanto una parte dell’esperienza umana, elevata arbitrariamente a misura dell’intera collettività.

Il pensiero femminista ha smascherato da tempo questa pretesa neutralità. La formula del «soggetto imprevisto» di Carla Lonzi offre una chiave particolarmente efficace per comprendere il rovesciamento necessario: chi è stato definito da altri, escluso dalla costruzione delle categorie universali, prende la parola e, entrando nello spazio comune, ne contesta l’ordine. La sua presenza modifica le domande, rende visibili i presupposti nascosti, mette in discussione ciò che appariva naturale e inevitabile. Il pensiero transfemminista e intersezionale ha aggiunto nuove riflessioni a quei punti di partenza.

È da questa prospettiva che vorrei rileggere il tema della città femminista e dell’urbanistica ecofemminista. La questione non consiste semplicemente nel rendere più accessibile alle donne una città progettata secondo altri criteri, introducendo qualche servizio aggiuntivo o correggendo le disfunzioni più evidenti. Consiste nel riconoscere che quella città è stata costruita intorno a una definizione troppo ristretta dell’abitare e che l’irruzione di soggettività differenti, più o meno fragili, più o meno distanti dal modello di normalità assunto come universale, obbliga a ripensarne l’organizzazione, le funzioni, i tempi, le relazioni e le stesse priorità economiche.

Il paradosso è che queste soggettività, considerate a lungo soggetti imprevisti, “deviazioni invisibili e non considerate” rispetto alla norma, esprimono in realtà, per consistenza numerica, varietà delle condizioni di vita, pluralità di bisogni, esperienze e punti di vista, la condizione ordinaria dell’esistenza umana. Sono le differenze, le dipendenze reciproche, le diverse capacità e possibilità di abitare lo spazio a descrivere la realtà concreta della popolazione urbana.

È dunque il neutro, come emblema della presunta normalità, costruita intorno a un soggetto astratto, autonomo, autosufficiente e produttivo, a rivelarsi un’eccezione artificiosamente elevata a regola generale. La norma, alla prova della pluralità delle vite reali, si rivela essa stessa anomala, inadeguata e incapace di rispondere alle necessità materiali, sociali e culturali delle persone che abitano la città. Il rovesciamento è radicale: quelli che erano stati definiti soggetti imprevisti si rivelano i soggetti reali della città, mentre è il soggetto previsto dalla pianificazione tradizionale a mostrarsi come una costruzione parziale, incapace di rappresentare l’universale che pretendeva di incarnare.

La differenza, in questa prospettiva, non è una distanza da colmare rispetto a una norma. È un punto di osservazione situato, capace di rendere visibili dimensioni dell’esistenza che il modello dominante ha ignorato. Non esiste un abitante universale, così come non esiste una sola maniera di attraversare, utilizzare, percepire e vivere lo spazio urbano. Esistono corpi, età, condizioni sociali, possibilità economiche, responsabilità e desideri differenti. Ed esistono rapporti di potere che hanno stabilito quali di queste esperienze dovessero contare nella costruzione della città.

Già nel 1968 Henri Lefebvre, con Le droit à la ville, aveva contestato la riduzione della città a prodotto economico e dello spazio urbano a merce. Il diritto alla città implicava il potere degli abitanti di partecipare alla sua produzione e trasformazione. Il femminismo ha introdotto in questa riflessione una domanda ulteriore: chi erano gli abitanti ai quali quel diritto era riconosciuto, chi aveva storicamente partecipato alla costruzione della città e quali vite erano rimaste escluse dalla stessa definizione dei bisogni urbani?

La questione è entrata progressivamente anche nelle agende internazionali. La New Urban Agenda, approvata dalle Nazioni Unite alla conferenza Habitat III di Quito nel 2016 e successivamente recepita dall’Assemblea generale con la risoluzione A/RES/71/256, collega lo sviluppo urbano all’inclusione sociale, alla partecipazione, all’accessibilità e all’uguaglianza di genere. L’Agenda 2030, attraverso gli obiettivi 5 e 11, mette in relazione l’uguaglianza fra donne e uomini con la costruzione di città inclusive, sicure e sostenibili. Più recentemente il rapporto europeo Gender Equal Cities 2022, elaborato nell’ambito del programma URBACT, ha raccolto esperienze e strumenti amministrativi che mostrano come l’uguaglianza di genere investa trasporti, spazi pubblici, politiche economiche e organizzazione della vita urbana.

Sono passaggi istituzionali interessanti perché spostano la questione dal riconoscimento astratto dei diritti alla responsabilità di modificare le condizioni materiali attraverso le quali quei diritti possono essere esercitati. Ma dichiarare un principio, naturalmente, non equivale ad applicarlo.

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Mobilità e tempi: quale vita organizza la città?

Pensiamo alla mobilità. La pianificazione dei trasporti ha privilegiato a lungo gli spostamenti pendolari fra abitazione e luogo di lavoro, trascurando quella che Inés Sánchez de Madariaga ha definito mobility of care, la mobilità della cura. Chi accompagna un bambino a scuola, raggiunge un ambulatorio con un genitore anziano, fa la spesa, torna al lavoro e poi attraversa nuovamente la città per occuparsi di qualcun altro non compie un tragitto lineare, ma una successione di spostamenti concatenati, spesso condizionati dagli orari dei servizi e dalla disponibilità del trasporto pubblico.

Questa esperienza, ancora prevalentemente femminile per effetto della distribuzione diseguale del lavoro di cura, rivela l’insufficienza di un sistema costruito intorno a un solo modello di mobilità. Ma attenzione: riconoscerla non significa progettare trasporti più efficienti affinché le donne possano continuare a sostenere da sole quel carico. Significa interrogarsi su come la città possa contribuire a redistribuirlo, rendendo la cura una responsabilità condivisa fra uomini, donne, istituzioni e comunità.

A Vienna questa riflessione ha trovato una traduzione amministrativa già da diversi decenni. Le politiche di gender mainstreaming applicate alla pianificazione urbana hanno portato a considerare sistematicamente la diversità dei percorsi quotidiani, l’accessibilità pedonale, l’organizzazione degli spazi verdi, la prossimità dei servizi e la sicurezza degli attraversamenti. Il manuale municipale Gender Mainstreaming in Urban Planning and Urban Development del 2013 ha sistematizzato metodi e criteri utilizzabili dai diversi settori dell’amministrazione, mostrando come la prospettiva di genere possa entrare nelle procedure ordinarie e non restare confinata a interventi occasionali.

Lo stesso vale per i tempi. Gli orari degli uffici, dei servizi pubblici, delle scuole, dei trasporti, degli ambulatori, dei luoghi della cultura e della socialità non sono elementi indipendenti. Compongono un’organizzazione temporale che può rendere possibile oppure estremamente faticosa la vita quotidiana. Il tempo urbano è distribuito in maniera diseguale, esattamente come lo spazio. Chi dispone di reddito può acquistare servizi, delegare incombenze, utilizzare mezzi privati; chi non ne dispone consuma una parte crescente della propria giornata negli spostamenti, nelle attese, nell’organizzazione della sopravvivenza quotidiana. La povertà di tempo è una dimensione concreta della disuguaglianza sociale e di genere.

Anche in Italia esiste una tradizione di politiche temporali urbane, riconoscibile nella legge 53 del 2000, che disciplina fra l’altro il coordinamento dei tempi delle città. Eppure quella intuizione è rimasta troppo spesso marginale rispetto alle scelte urbanistiche e all’organizzazione dei servizi. La città femminista obbliga invece a considerare il tempo una materia ordinaria della politica urbana, anziché un problema individuale di conciliazione. Perché è proprio il linguaggio della conciliazione, quando viene assunto senza discuterne i presupposti, a conservare intatta l’idea che spetti soprattutto alle donne trovare un equilibrio fra obblighi produttivi e responsabilità familiari.

Dalla cura privata alla responsabilità collettiva

Il caso di Bogotá rende evidente il salto possibile. Attraverso il Sistema Distrital de Cuidado e le Manzanas del Cuidado, la città colombiana ha organizzato servizi territoriali destinati a chi presta cura e a chi ne ha bisogno, concentrando attività assistenziali, formative e di sostegno entro ambiti urbani più facilmente accessibili. L’Accordo municipale 893 del 2023 ha istituzionalizzato il sistema, sottraendolo almeno sul piano normativo alla precarietà della singola sperimentazione amministrativa.

Il significato politico dell’esperienza non consiste semplicemente nell’offrire servizi alle donne, ma nel riconoscere, ridurre e redistribuire il lavoro di cura non remunerato, attribuendo alla città una responsabilità diretta nella sua organizzazione. È un esempio concreto di come il riconoscimento di un lavoro storicamente invisibile possa modificare il funzionamento delle istituzioni e la geografia dei servizi.

Perché una città della cura non può limitarsi a rendere più agevole ciò che le donne già fanno. Deve intervenire sulle condizioni che determinano l’asimmetria della responsabilità e del tempo dedicato alla riproduzione sociale. Un nido raggiungibile, un consultorio di quartiere, una rete di trasporti affidabile, servizi di assistenza per le persone non autosufficienti sono infrastrutture che rendono effettivi diritti individuali e collettivi. Ma sono anche strumenti attraverso i quali la società può modificare la distribuzione del lavoro di cura e le possibilità di partecipazione economica e sociale.

In questo senso il rapporto fra economia femminista e pianificazione urbana è molto più stretto di quanto abitualmente si riconosca. Se il lavoro di cura sostiene materialmente l’organizzazione economica e sociale, le infrastrutture che lo rendono possibile devono entrare nella stessa definizione delle priorità dello sviluppo urbano. La collocazione dei servizi, i tempi di accesso, la qualità dello spazio pubblico non possono continuare a essere trattati come questioni secondarie rispetto alla produzione e alla circolazione del valore economico.

Sicurezza senza securitarismo: il diritto di attraversare la città

L’irruzione dei soggetti imprevisti riguarda anche il modo in cui concepiamo la sicurezza. Per troppo tempo la presenza femminile nello spazio pubblico è stata affrontata attraverso una rappresentazione delle donne come soggetti vulnerabili da proteggere, prescrivendo comportamenti prudenti, limitazioni degli spostamenti, rinunce alla frequentazione di determinati luoghi e orari. È una concezione che finisce paradossalmente per confermare l’estraneità delle donne alla città, trasformando il loro diritto alla libertà in un problema di gestione del rischio.

Chiara Belingardi, nelle sue riflessioni sul rapporto fra donne, spazio pubblico e sicurezza, ha mostrato come le pratiche di riappropriazione della città possano produrre risultati diversi dalle politiche fondate prevalentemente sul controllo. Una strada frequentata, un quartiere attraversabile, una piazza vissuta, un sistema di trasporti accessibile anche nelle ore serali, luoghi pubblici nei quali sia possibile incontrarsi senza dover necessariamente consumare, contribuiscono a costruire condizioni di sicurezza attraverso la presenza e le relazioni.

Questo non significa ignorare la violenza, né negare la necessità di prevenzione e protezione. Significa distinguere la sicurezza dal securitarismo, il diritto di attraversare liberamente la città dalla pretesa di renderla sicura espellendo le presenze considerate indesiderabili. Una città che allontana le persone povere in nome del decoro, che rende ostile la permanenza negli spazi pubblici, che risponde alla marginalità soprattutto attraverso dispositivi di controllo, può apparire ordinata senza essere più giusta e nemmeno necessariamente più sicura.

Un riferimento interessante è il programma internazionale Safe Cities and Safe Public Spaces, promosso da UN Women, che affronta le molestie e la violenza negli spazi pubblici attraverso analisi territoriali, interventi sui trasporti, prevenzione e coinvolgimento delle donne nella definizione delle politiche. Il punto è rovesciare una tradizione nella quale le donne vengono considerate destinatarie passive della protezione, riconoscendole come soggetti che concorrono a definire ciò che rende uno spazio effettivamente sicuro.

E c’è un’altra contraddizione da affrontare. Una parte rilevante della violenza contro le donne si consuma nello spazio domestico, proprio quello che la rappresentazione tradizionale considera il luogo della protezione. Il diritto alla sicurezza incontra allora il diritto alla casa, all’autonomia economica, alla disponibilità di servizi e reti sociali che consentano di uscire da una relazione violenta. Una politica urbana femminista deve occuparsi anche di questo: della possibilità materiale di sottrarsi alla dipendenza, non soltanto della protezione lungo una strada buia.

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Il diritto all’abitare contro la città della rendita

Il tema dell’abitare apre una questione ancora più ampia, nella quale la critica femminista della città incontra direttamente quella dell’economia urbana.

La casa è stata a lungo pensata come unità privata, separata dalla dimensione collettiva della città, organizzata intorno a una famiglia tradizionale e a una divisione del lavoro che assegnava alle donne la responsabilità della riproduzione quotidiana. Eppure, cambiano le famiglie, aumenta il numero delle persone che vivono sole, si allunga la vita, crescono le esigenze di assistenza, si modificano le relazioni affettive e le forme della convivenza. Continuare a progettare l’abitare secondo un modello rigido significa ignorare una parte crescente delle vite reali.

Ma oggi il problema non riguarda soltanto il modo in cui le abitazioni vengono progettate. Riguarda, ancora prima, la possibilità di accedervi e di continuare ad abitare nelle città.

La gentrificazione delle grandi aree urbane, la progressiva trasformazione degli immobili residenziali in investimenti finanziari o in strutture destinate alla ricettività turistica, la crescita degli affitti e dei prezzi di acquisto stanno modificando profondamente la composizione sociale delle città. I centri storici e molti quartieri semicentrali diventano progressivamente inaccessibili a una parte crescente della popolazione, mentre gli abitanti vengono spinti verso periferie sempre più lontane dai luoghi di lavoro, dai servizi, dalle reti familiari e dalle relazioni quotidiane.

Il paradosso è che questa espulsione riguarda ormai soggetti previsti e imprevisti, purché economicamente fragili. Non soltanto le donne sole con figli, gli anziani con pensioni modeste, le persone migranti o le famiglie povere, ma anche lavoratori dipendenti con redditi ordinari, giovani professionisti, insegnanti, operatori sanitari, studenti, coppie con due stipendi insufficienti a sostenere i costi di un’abitazione nelle grandi città. La condizione economica finisce per prevalere persino sulle distinzioni tradizionali fra soggetti centrali e marginali della società urbana.

La Commissione europea, presentando nel dicembre 2025 il primo European Affordable Housing Plan, ha rilevato che nell’Unione i prezzi delle abitazioni sono aumentati mediamente di oltre il 60% in un decennio, mentre i canoni di locazione sono cresciuti di oltre il 20%. Sono medie europee, che non misurano le pressioni specifiche dei mercati metropolitani, ma documentano la dimensione strutturale del problema. Il Piano affronta anche gli effetti delle locazioni brevi nelle aree sottoposte a maggiore tensione abitativa. Nel settembre 2026 la Commissione ha presentato una proposta legislativa europea in materia di accessibilità e disponibilità degli alloggi, con particolare attenzione agli strumenti che le autorità pubbliche possono utilizzare nelle aree maggiormente esposte alla pressione abitativa.

In Italia la questione attraversa Roma, Milano, Firenze, Bologna, Venezia e molte altre città, con caratteristiche differenti ma un elemento comune: il valore di scambio dell’immobile tende a prevalere sul suo valore d’uso. Le trasformazioni urbane possono così generare ricchezza immobiliare mentre impoveriscono la città come luogo di vita. La sostituzione degli abitanti stabili con popolazioni temporanee, l’espansione degli affitti turistici, la perdita dei negozi di prossimità e l’aumento dei costi quotidiani modificano il tessuto sociale dei quartieri, riducendo proprio quelle relazioni che rendono possibile la cura condivisa.

Occorre distinguere i processi e i loro effetti. Non ogni riqualificazione produce gentrificazione, né ogni incremento dei prezzi determina automaticamente lo spostamento degli abitanti. Ma quando gli investimenti urbani si accompagnano a una pressione immobiliare che esclude i redditi più bassi e medi, senza adeguate politiche abitative, la qualità dello spazio pubblico rischia di diventare un privilegio per chi può permettersi di abitarlo.

La città può persino migliorare sul piano ambientale e peggiorare su quello sociale. Le trasformazioni di Barcellona, a partire dall’esperienza delle superilles, hanno alimentato un dibattito interessante proprio su questo nodo: la restituzione di strade e spazi pubblici ai pedoni produce benefici ambientali e sanitari, ma richiede politiche capaci di contrastare l’eventuale aumento delle pressioni immobiliari nei quartieri interessati. È il tema della green gentrification, affrontato ormai anche nella ricerca urbanistica internazionale.

Qui la prospettiva ecofemminista obbliga a compiere un passaggio ulteriore: non basta rendere ecologica la città se la trasformazione ecologica finisce per renderla economicamente inaccessibile ai suoi abitanti. Un quartiere verde dal quale sono stati espulsi i residenti meno abbienti può essere un successo per il mercato immobiliare, ma difficilmente può essere considerato un successo della giustizia ambientale.

La politica della casa deve dunque tornare a essere una componente strutturale della pianificazione urbana. Edilizia pubblica e sociale, recupero del patrimonio inutilizzato, regolazione degli affitti turistici nei contesti di maggiore pressione, tutela degli abitanti, contrasto alla speculazione, forme di abitare cooperativo e collaborativo non possono essere considerate misure estranee al progetto della città femminista. Sono condizioni necessarie per garantire il diritto a rimanere, oltre che quello ad accedere.

Una prospettiva femminista interroga anche la tipologia stessa dell’abitazione, la relazione fra spazi privati e spazi comuni, la possibilità di realizzare forme di abitare collaborativo, servizi condivisi, luoghi di incontro e soluzioni intergenerazionali. Ma queste esperienze non devono diventare un surrogato della responsabilità pubblica, né un adattamento obbligato alla povertà abitativa. La condivisione è una possibilità da progettare e scegliere, non una compensazione imposta dall’impossibilità di sostenere i costi della vita.

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Lo sguardo ecofemminista: la vita, la natura e i limiti dello sviluppo

È qui che lo sguardo femminista incontra più direttamente quello ecofemminista. La città contemporanea è stata costruita anche sulla presunzione che il territorio, l’energia, l’acqua, il suolo e le risorse naturali fossero disponibili per sostenere indefinitamente l’espansione urbana e la crescita economica. Una logica estrattiva che presenta una relazione profonda con quella che ha reso invisibile e gratuitamente disponibile il lavoro di cura: in entrambi i casi, ciò che sostiene la vita viene trattato come una risorsa da utilizzare senza riconoscerne pienamente il valore, i limiti e le condizioni di riproduzione.

L’ecofemminismo, a partire dalle elaborazioni di Françoise d’Eaubonne e, successivamente, attraverso contributi differenti come quelli di Maria Mies, Vandana Shiva e Ariel Salleh, ha indagato le relazioni fra gerarchie di genere, organizzazione economica e sfruttamento della natura. Sono tradizioni teoriche non sempre coincidenti, che vanno distinte soprattutto nel rapporto fra differenza sessuale, materialismo e critica dello sviluppo. Il punto che interessa qui non è attribuire alle donne una presunta predisposizione biologica alla cura dell’ambiente, ma interrogare i rapporti di potere che hanno reso subordinato ciò che sostiene materialmente la vita.

Una città ecofemminista mette quindi in discussione l’idea che lo sviluppo urbano possa essere misurato prevalentemente attraverso la crescita edilizia, l’aumento dei valori immobiliari, la velocità degli spostamenti o la capacità di attrarre investimenti. Introduce altre domande: quanto suolo viene consumato, quali quartieri sono esposti maggiormente al calore, chi può accedere a un parco, chi vive in abitazioni inefficienti e costose da riscaldare o raffrescare, quali popolazioni subiscono maggiormente l’inquinamento, quali risorse vengono sottratte alla vita comune per alimentare processi di valorizzazione privata.

Questa riflessione ha trovato un riconoscimento anche nelle principali agende internazionali. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata dalle Nazioni Unite nel 2015 con la risoluzione A/RES/70/1, dedica espressamente alle città l’Obiettivo 11, «Città e comunità sostenibili», che impegna gli Stati a rendere gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili. Alcuni dei suoi traguardi intercettano direttamente le questioni poste dall’urbanistica femminista: l’accesso ad abitazioni adeguate e a costi sostenibili (11.1), a sistemi di trasporto accessibili, con particolare attenzione alle donne e alle persone in condizioni di vulnerabilità (11.2), la pianificazione partecipata (11.3) e l’accesso universale a spazi verdi e pubblici sicuri, inclusivi e accessibili, con esplicito riferimento alle donne, ai bambini, agli anziani e alle persone con disabilità (11.7). Il collegamento con l’Obiettivo 5, dedicato all’uguaglianza di genere e alla redistribuzione delle responsabilità di cura, rende ancora più evidente la necessità di leggere la sostenibilità urbana attraverso le condizioni materiali dell’esistenza e le disuguaglianze che le attraversano.

La successiva New Urban Agenda, approvata a Quito nel 2016, sviluppa ulteriormente questi orientamenti sul terreno della pianificazione e del governo delle città. Il punto, tuttavia, è comprendere se questi principi siano destinati a restare dichiarazioni programmatiche oppure a modificare concretamente il modo in cui le città vengono progettate, finanziate e amministrate.

Il World Cities Report 2024 di UN-Habitat, dedicato alle città e all’azione climatica, documenta come i rischi ambientali tendano ad aggravare disuguaglianze urbane già esistenti, colpendo più duramente le popolazioni che dispongono di minori risorse per adattarsi. Un’ondata di calore non produce gli stessi effetti su chi dispone di una casa ben isolata e di risorse economiche adeguate e su una persona anziana che vive sola in un alloggio surriscaldato, senza verde nelle vicinanze e senza una rete di assistenza.

La sostenibilità ambientale non può dunque essere separata dalla giustizia sociale. La pianificazione climatica deve considerare la distribuzione territoriale delle vulnerabilità, la qualità dell’abitare e l’accessibilità dei servizi, anziché limitarsi a obiettivi ambientali aggregati.

Anche in Italia si sono sviluppate esperienze interessanti. Bologna, attraverso il progetto europeo BLUE AP, ha sperimentato strumenti di pianificazione dell’adattamento climatico. A Roma il programma Roma Cura Roma ha promosso forme di partecipazione civica alla cura degli spazi comuni; nel marzo 2026 Roma Capitale ha inoltre presentato un Quaderno di urbanistica di genere, realizzato con Human Foundation e Risorse per Roma, destinato a orientare la progettazione e la valutazione delle trasformazioni urbane secondo l’esperienza concreta delle persone, con una sperimentazione prevista a Spinaceto.

La rilevanza di queste esperienze dipenderà tuttavia dalla capacità di tradurre gli orientamenti in scelte strutturali, finanziamenti e strumenti amministrativi stabili. Il rischio è sempre quello di celebrare singoli progetti innovativi mentre il funzionamento ordinario della città continua a riprodurre le medesime disuguaglianze.

Lo spazio pubblico come luogo di relazioni, non soltanto di consumo

In questa prospettiva anche la concezione dello spazio pubblico cambia. Le piazze, i giardini, le strade e i cortili non sono semplicemente superfici da attraversare o luoghi da destinare al consumo. Sono infrastrutture della relazione. Consentono l’incontro fra generazioni, l’autonomia dei bambini, la presenza degli anziani, la costruzione di legami che non dipendono dalla capacità di spesa.

Una strada temporaneamente sottratta alle automobili e restituita agli abitanti può diventare un luogo di gioco, conversazione, attività collettive e iniziativa culturale. Un cortile scolastico aperto al quartiere può ampliare lo spazio pubblico disponibile. Una biblioteca di prossimità può contrastare l’isolamento molto più efficacemente di tanti interventi episodici di animazione urbana. Sono possibilità che trovano precedenti nelle esperienze internazionali delle play streets e delle school streets, ma che richiedono una progettazione attenta alle caratteristiche sociali e materiali dei luoghi.

La socialità, infatti, non nasce spontaneamente dalla semplice disponibilità di uno spazio. Richiede progettazione, manutenzione, accessibilità, gestione pubblica, partecipazione degli abitanti. E non può essere invocata come rimedio gratuito alla progressiva ritrazione delle istituzioni, né affidata ancora una volta al lavoro volontario e invisibile delle donne.

Dall’inclusione alla trasformazione: il potere di decidere la città

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La questione, in ultima analisi, investe il modo stesso di costruire le decisioni pubbliche.

Se il quadro delle domande rimane identico, se le priorità sono già state stabilite, se i criteri di valutazione continuano a privilegiare esclusivamente redditività e quantità, il coinvolgimento delle soggettività escluse rischia di ridursi a una consultazione priva di conseguenze. Occorre modificare anche il modo in cui vengono definiti i problemi e misurati i risultati.

Una città può rispettare formalmente gli standard urbanistici e continuare a essere profondamente inaccessibile. Può disporre di una quantità sufficiente di verde pubblico distribuito però in modo tale da renderlo inutilizzabile per una parte degli abitanti. Può avere servizi sanitari e scolastici che, per orari e collegamenti, restano difficilmente raggiungibili. Può costruire nuove abitazioni senza affrontare la solitudine, la dipendenza automobilistica o l’assenza di spazi collettivi. La presenza quantitativa di una funzione non coincide automaticamente con il diritto effettivo a utilizzarla.

La prospettiva intersezionale aggiunge qui un’ulteriore precisazione. Le donne non costituiscono un soggetto omogeneo. Il rapporto con la città cambia secondo il reddito, l’età, l’origine, la disabilità, la condizione abitativa, la posizione lavorativa. Una donna benestante può acquistare sul mercato una parte della cura che una lavoratrice precaria è costretta a sostenere personalmente; e spesso quella cura viene prestata da un’altra donna, magari migrante, che a sua volta incontra ostacoli nell’accesso alla casa, ai servizi e alla mobilità. Le disuguaglianze si intrecciano e si riproducono attraverso lo spazio urbano.

Per questo la città femminista non può essere pensata come una città riservata alle donne o come una somma di interventi destinati a categorie considerate fragili. Il suo significato politico è più radicale: assumere che nessuna esperienza particolare possa continuare a presentarsi come universale e che la progettazione debba partire dalla pluralità delle condizioni umane.

I soggetti imprevisti e la costruzione di un nuovo universale

L’irruzione dei soggetti imprevisti cambia precisamente questo rapporto. Le donne che rivendicano il diritto di attraversare la città di notte, le persone con disabilità che contestano un ambiente costruito intorno a un corpo standard, i bambini che chiedono spazi nei quali muoversi autonomamente, gli anziani che reclamano prossimità e relazioni, gli abitanti delle periferie che rifiutano di essere considerati semplici destinatari di interventi compensativi, portano tutti una critica concreta all’organizzazione esistente.

A questi soggetti si aggiungono oggi coloro che, pur corrispondendo al modello tradizionale dell’abitante produttivo e autonomo, scoprono di non potersi più permettere la città nella quale lavorano. La crisi abitativa e l’espansione della rendita hanno reso evidente che il problema dell’esclusione urbana non riguarda soltanto le soggettività storicamente marginalizzate, ma investe la possibilità stessa di garantire una cittadinanza materiale a una parte crescente della popolazione.

Non chiedono soltanto una città più benevola nei loro confronti. Mettono in discussione l’idea stessa di normalità sulla quale quella città è stata costruita.

Da questo punto di vista, la città femminista ed ecofemminista non è una variante specialistica dell’urbanistica, un capitolo delle pari opportunità o un esercizio di sensibilità ambientale. È una diversa concezione della responsabilità pubblica, che riconosce nella cura, nell’interdipendenza e nei limiti ecologici condizioni strutturali dell’esistenza collettiva. Una concezione che obbliga a ripensare anche il rapporto fra economia e territorio, perché la produzione della ricchezza non può essere separata dalle condizioni materiali e sociali che rendono possibile la vita.

La pluralità delle soggettività non dissolve affatto il comune. Al contrario, permette di costruirlo su basi meno astratte e più democratiche. Un universale fondato sulla cancellazione delle differenze coincide inevitabilmente con l’esperienza del gruppo dominante elevata a regola generale. Un universale democratico nasce invece dal confronto fra esperienze differenti, dal riconoscimento delle reciproche dipendenze e dalla capacità delle istituzioni di trasformare quel riconoscimento in diritti effettivi.

La città femminista, allora, non è quella che riesce ad accogliere anche chi è stato escluso. È quella che riconosce di essere stata progettata intorno a una definizione troppo angusta dell’umano e accetta di trasformarsi.

I soggetti imprevisti non chiedono soltanto di entrare nella città. Rivendicano il diritto di riprogettarla. E, così facendo, ci ricordano che nessuno di noi coincide per tutta la vita con il soggetto autonomo, autosufficiente e produttivo assunto come norma: tutti attraversiamo condizioni di dipendenza, fragilità e bisogno di cura.

La città che continua a ignorarlo è una cittoà costruita su una finzione. Una finzione che oggi produce anche un paradosso: rende sempre più difficile abitare persino a coloro per i quali era stata pensata. Il problema non è più soltanto chi venga riconosciuto come abitante. È chi possa ancora permettersi di esserlo.

Il soggetto imprevisto, 1978, Arte e Femminismo in Italia (mostra a Milano, 2019)

Riferimenti bibliografici e documentali

Pensiero femminista, ecofemminismo e diritto alla città

  • Lonzi, Carla (1970), Sputiamo su Hegel, Rivolta Femminile; in seguito raccolto in Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile. Riferimento alla categoria del soggetto imprevisto.
  • Lefebvre, Henri (1968), Le droit à la ville, Anthropos, Paris. Testo fondativo della critica alla produzione capitalistica dello spazio urbano.
  • Jacobs, Jane (1961), The Death and Life of Great American Cities, Random House, New York. Trad. it. Vita e morte delle grandi città, Einaudi.
  • Hayden, Dolores (1981), The Grand Domestic Revolution: A History of Feminist Designs for American Homes, Neighborhoods, and Cities, MIT Press.
  • D’Eaubonne, Françoise (1974), Le féminisme ou la mort, Pierre Horay, Paris.
  • Mies, Maria; Shiva, Vandana (1993), Ecofeminism, Zed Books, London.
  • Salleh, Ariel (1997), Ecofeminism as Politics: Nature, Marx and the Postmodern, Zed Books.
  • Kern, Leslie (2019), Feminist City: A Field Guide, Between the Lines, Toronto; Verso, London, 2020.
  • Sánchez de Madariaga, Inés (2013), “Mobility of Care: Introducing New Concepts in Urban Transport”, in Fair Shared Cities: The Impact of Gender Planning in Europe, Ashgate.
  • Belingardi, Chiara, Tutta mia la città. Riflessioni su donne, spazio pubblico e sicurezza, saggio allegato ai materiali di lavoro del Master Città di Genere, Università di Firenze, 2025–2026.
  • Acierno, Antonio (2025), “Dalla progettazione inclusiva al diritto alla città”, TRIA — Territorio della Ricerca su Insediamenti e Ambiente, nn. 33–34, pp. 7–16. DOI: 10.6092/2281–4574/11466.

Agende, risoluzioni e programmi internazionali

  • Nazioni Unite (2016), New Urban Agenda, approvata a Quito il 20 ottobre 2016; risoluzione dell’Assemblea generale A/RES/71/256, 23 dicembre 2016.

https://unhabitat.org/about-us/new-urban-agenda

  • Nazioni Unite — Assemblea generale (2015), Transforming our World: the 2030 Agenda for Sustainable Development, risoluzione A/RES/70/1 del 25 settembre 2015. In particolare, Obiettivo 5 «Uguaglianza di genere» e Obiettivo 11 «Città e comunità sostenibili».

Testo integrale ufficiale:
https://sdgs.un.org/2030agenda

Risoluzione ONU A/RES/70/1:
https://documents.un.org/symbol-explorer?s=A%2FRES%2F70%2F1

  • United Nations — Department of Economic and Social Affairs (UN DESA), Sustainable Development Goal 11: Make Cities and Human Settlements Inclusive, Safe, Resilient and Sustainable. Schede ufficiali dei traguardi e degli indicatori relativi ad abitare, trasporti, partecipazione, qualità ambientale e accessibilità dello spazio pubblico.

https://sdgs.un.org/goals/goal11

Versione italiana, Centro regionale di informazione delle Nazioni Unite:
https://unric.org/it/agenda-2030-i-17-obiettivi-di-sviluppo-sostenibile/obiettivo-11-citta-e-comunita-sostenibili/

  • URBACT (2022), Gender Equal Cities, rapporto europeo coordinato da Mary Dellenbaugh-Losse e Bianca C. Dreyer.

https://urbact.eu/knowledge-hub/gender-equal-cities/release-2022-report

  • UN-Habitat (2024), World Cities Report 2024: Cities and Climate Action.

https://unhabitat.org/world-cities-report-2024-cities-and-climate-action

  • UN Women, Safe Cities and Safe Public Spaces for Women and Girls, programma internazionale di prevenzione delle molestie sessuali e della violenza negli spazi pubblici.

https://www.unwomen.org/en/what-we-do/ending-violence-against-women/creating-safe-public-spaces

Urbanistica di genere e sistemi territoriali della cura

  • Stadt Wien — Città di Vienna (2013), Gender Mainstreaming in Urban Planning and Urban Development, manuale della pianificazione urbana sensibile al genere.

https://www.wien.gv.at/stadtplanung/gender-mainstreaming-staedtebau

  • Concejo de Bogotá (2023), Acuerdo 893 de 2023, istituzionalizzazione del Sistema Distrital de Cuidado.

https://bogotajuridica.gov.co/sisjur/normas/Norma1.jsp?dt=S&i=139558

  • Secretaría Distrital de la Mujer, Bogotá (2025), ABC del Sistema Distrital de Cuidado.

https://sistemadecuidado.gov.co/documentos/

  • Roma Capitale (2026), Quaderno di urbanistica di genere, in collaborazione con Human Foundation e Risorse per Roma.

https://www.comune.roma.it/web/it/partecipa-progetti-partecipati/urbanistica-di-genere.page

  • Repubblica Italiana (2000), legge 8 marzo 2000, n. 53, Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città, in particolare artt. 22–28.

https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2000-03-08;53

Casa, gentrificazione e giustizia ambientale

  • Smith, Neil (1996), The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Routledge. Riferimento per l’analisi della gentrificazione e della rendita urbana.
  • Lees, Loretta; Slater, Tom; Wyly, Elvin (2008), Gentrification, Routledge.
  • Anguelovski, Isabelle et al. (2022), “Green gentrification in European and North American cities”, Nature Communications, 13, articolo 3816. Studio comparativo sui rapporti fra infrastrutture verdi e processi di gentrificazione.

https://doi.org/10.1038/s41467-022-31572-1

  • Commissione europea (2025), European Affordable Housing Plan, presentato il 16 dicembre 2025.

https://housing.ec.europa.eu/whats-new/news/commission-takes-action-more-affordable-housing-across-europe-2025-12-16_en

  • Commissione europea (2026), Affordable Housing Act, proposta legislativa per affrontare la pressione abitativa, anche in relazione alle locazioni di breve durata.

https://commission.europa.eu/topics/employment-and-social-affairs/affordability/affordable-housing/affordable-housing-act_en

  • ISTAT, Condizioni di vita e reddito delle famiglie — Anni 2024–2025. Documento di riferimento per l’analisi delle vulnerabilità economiche e sociali.

https://www.istat.it/comunicato-stampa/condizioni-di-vita-e-reddito-delle-famiglie-anni-2024-2025/

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mila spicola
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Written by mila spicola

Nata a Palermo ma vivo altrove. Dalla parte dei bambini, sempre. Insegnante, lettrice, ogni tanto rido. Tre gatti, tanti libri e tanti sogni.